Cristo Re , Signore e Redentore, Archimandrita Nektarios Karsiotis
| Monastero Madonna Spilianì ,Samos |
CRISTO RE, SIGNORE E REDENTORE
Dopo il prodigioso evento della resurrezione di Lazzaro, il Signore entra a Gerusalemme. Là lo accolgono folle di persone che si erano radunate per la festa di Pasqua, ma anche per vedere il profeta, quell’uomo straordinario, il Messia che aveva risuscitato un morto. Con il racconto dell’ingresso di Cristo nella città santa, la Chiesa introduce anche noi nella Settimana Santa, nelle immacolate sofferenze e nella vivificante Risurrezione del Signore.
Cristo entra a Gerusalemme per sacrificarsi volontariamente per tutti gli uomini, per coloro che sono vissuti, che vivono e che vivranno fino alla fine dei tempi. Così rassicura ogni persona che lo accoglie come Salvatore e Redentore: Egli prende su di sé i nostri peccati e le nostre debolezze, gli errori e le omissioni, la nostra incredulità o poca fede, e li inchioda al legno della Croce; affinché la morte sia vinta, il peccato sia abolito e, dalla sua vita e gloria, sorgano la vera vita e la vera gloria degli uomini.
La vera gloria nella grandezza dell’umiltà
Nel Salmo 23 il Signore è chiamato «Re della Gloria»; ed è glorificato quando manifesta il suo amore infinito e la sua umiltà, la sua incomprensibile tenerezza e bontà verso ogni uomo, poiché «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). La gloria del Figlio di Dio è la sua Croce, la forza del suo sacrificio e del suo perdono.
Partecipando allo spirito di Cristo e acquisendo «somiglianza con Dio», come dice sant’Ignazio il Teoforo, il credente impara che la vera gloria non si trova nell’autoesaltazione, nel successo economico e sociale, nell’ostentazione e nella vanagloria, ma nel vivere lo spirito dell’umiltà di Cristo, del servizio, del sacrificio e della solidarietà. Non si può essere glorificati insieme a Cristo se non si vive la sua vita, che è vita di svuotamento e di abbassamento; se non ci si cinge, come il Signore, del grembiule del servo, per servire Dio nel volto del prossimo.
«Benedetto colui che viene nel nome del Signore»
Nella Divina Liturgia viviamo misticamente la Passione e la Risurrezione del Signore, tutti gli eventi che Dio ha compiuto per la salvezza dell’uomo, in un eterno presente. Con la forza dello Spirito Santo e la partecipazione all’Eucaristia accogliamo la salvezza di Dio e diventiamo partecipi della sua vita immortale e membri del suo Regno.
Per questo oggi cantiamo nella Liturgia: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»; sia glorificato colui che viene sempre inviato da Dio per salvarci, santificarci e renderci partecipi della vita divina. «Il Signore è Dio ed è apparso a noi». Confessiamo, cioè, che davvero il Figlio del Dio vivente si è manifestato, si è rivelato, si è fatto uomo per rendere l’uomo figlio di Dio per grazia e degno della vita e del Regno eterno.
Gesù Cristo, Salvatore degli uomini
Le folle che accolsero Cristo a Gerusalemme lo chiamavano «Re d’Israele». Almeno in quell’occasione riconoscevano che non era un uomo comune, ma il Messia, cioè il Cristo, il Redentore. Ma che cosa significa per noi dire che Cristo è il nostro Salvatore? Confessare che Gesù Cristo è il nostro Re, Redentore e Signore significa accogliere la sua parola come criterio supremo della nostra coscienza e modellare la nostra vita secondo il suo Vangelo.
Significa credere che Egli è il Figlio di Dio, e che questa fede diventa vita, nutrimento, luce, respiro dello Spirito Santo. Significa impegnarsi ad amare, a perdonare, ad accogliere in Cristo ogni uomo, anche il nostro nemico, perché non si può dire di amare Dio se non si ama il prossimo. Significa infine che Cristo è il centro della nostra vita, la fonte di ispirazione, la via, la verità, la vera vite, alla quale, se rimaniamo uniti, porteremo frutti di immortalità.
Archimandrita Nektarios Karsiotis
Diaconia Apostolica, Atene
Opuscolo "Voce del Signore"
Anno 74° – 5 aprile 2026 – N. 14 (3801)