L’infinito oceano dell’amore di Dio, Archimandrita Nektarios Karsiotis

L’infinito oceano dell’amore di Dio

Solo ieri abbiamo celebrato la Dormizione della Santissima Madre di Dio, una festa che noi fedeli veneriamo come il passaggio della Panagia alla vera Vita. Abbiamo confessato che, per mezzo delle sue intercessioni, siamo liberati «dalla morte»: dalla morte del peccato, dall’ignoranza e dalla dimenticanza di Dio, dall’egoismo e dalla mancanza di un amore autentico.

Alla suprema virtù evangelica dell’amore, dalla quale, come da una radice, scaturiscono tutti i doni e ogni virtù, si riferisce il brano evangelico proclamato oggi durante la Divina Liturgia.

Si tratta della parabola dei diecimila talenti, che presenta nel modo più efficace, da una parte, l’amore di Dio, che non cessa di perdonare tutti, e, dall’altra, la sua giusta ira, attraverso la quale Egli educa l’uomo affinché, con la grazia di Cristo, cerchi di conformare la propria vita, il proprio comportamento e le proprie azioni ai santi comandamenti evangelici, i quali, in definitiva, ci rivelano il Signore stesso della gloria.

Debitori davanti a Dio

«Signore, quante volte dovrò perdonare mio fratello, se continua a farmi del male? Fino a sette volte?».

Questa domanda dell’apostolo Pietro diede a Cristo l’occasione per raccontare la parabola di oggi.

Per gli Ebrei, il limite consueto era perdonare fino a tre volte. Pietro, con il suo «fino a sette volte», rappresenta forse un atteggiamento più indulgente.

Ma la risposta di Cristo sconvolge i precedenti criteri religiosi e sociali:

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».

Non soltanto sette volte, ma settanta volte sette: cioè senza limite.

Nel brano evangelico possiamo osservare due forti contrapposizioni, sulle quali vale la pena soffermarsi per comprenderne più profondamente il significato spirituale.

La prima contrapposizione riguarda la differenza tra i due debiti.

Il primo servo della parabola doveva al suo padrone una somma enorme, che gli era impossibile restituire. Allora lo supplicò con il cuore contrito di avere pazienza e di mostrarsi benevolo e magnanimo nei suoi confronti.

Il padrone ebbe compassione di lui e non soltanto non lo fece imprigionare, ma lo lasciò libero e gli condonò l’intero debito.

La seconda contrapposizione sta nella stoltezza di quello stesso servo. Egli, senza aver imparato nulla e senza essersi lasciato trasformare dalla benevolenza del suo padrone, incontrò un suo compagno che gli doveva una somma insignificante.

Cominciò allora a pretendere il pagamento con durezza e violenza e arrivò perfino a farlo imprigionare, privandolo della libertà.

E qui comprendiamo che cosa significhi la più estrema ingratitudine.

Dio, Signore di tutto, con compassione e ineffabile amore perdona i peccati degli uomini.

L’uomo, invece, con il cuore indurito e la coscienza insensibile, non perdona il proprio simile e non ha compassione di lui.

È precisamente su questa constatazione che si concentra il significato del brano evangelico.

Una nuova prospettiva nelle relazioni umane

La lotta di ogni vero credente per vivere secondo il Vangelo di Cristo ha due dimensioni: la dimensione verticale, che riguarda il suo rapporto con Dio, e quella orizzontale, che riguarda il rapporto con il prossimo.

Pertanto, il rapporto del cristiano con Dio non può essere indipendente dal suo rapporto con gli altri uomini.

E questo significa concretamente che, quando la spiritualità del credente e la sua comunione con Dio non si riflettono in una corretta relazione con il prossimo e non si incarnano in amore, comprensione e capacità di perdonare, allora non sono autentiche: sono affette da ipocrisia e da una doppiezza interiore.

In definitiva, il credente finisce per ingannare se stesso.

Acquisire un cuore misericordioso

L’uomo che comprende che i propri peccati, errori e omissioni nei confronti di Dio sono impossibili da «ripagare» con le proprie forze, ma gli vengono gratuitamente rimessi grazie all’infinita benevolenza e all’amore di Dio, non può non comportarsi allo stesso modo nei confronti degli altri.

Questo significa che il credente deve acquisire quella che sant’Ignazio il Teoforo chiama «somiglianza con Dio».

La forza e la verità del perdono con cui circondi il tuo prossimo parlano direttamente al suo cuore; ed è allora che avvengono miracoli, trasformazioni.

Perché perdonare non è ingenuità: è un privilegio!

Significa, infatti, fare ciò che fa Dio.

Certamente, il male, l’errore e il peccato non cessano di avere le loro conseguenze negative. Tuttavia, il perdono e l’amore sono più grandi di tutto questo, così come infinitamente più grande è l’amore di Dio e il perdono che Egli ci offre continuamente.

Archimandrita Nektarios Karsiotis 

Opuscolo "Voce del Signore", Diaconia Apostolica , Atene, anno 74 ,16 Agosto 2026 , n. 33 (3820)


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