L’abisso della misericordia divina, Archimandrita Nektarios Karsiotis

L’abisso della misericordia divina

«Un abisso chiama l’altro abisso» (Sal 41,8). Con questo versetto dei Salmi potremmo descrivere la parabola del Figlio Prodigo e del Padre misericordioso. L’abisso del peccato e delle passioni, della disperazione e delle tenebre che provoca l’allontanamento da Dio, chiama un altro abisso: l’abisso della compassione, dell’amore, del perdono e della filantropia di Dio.

La parabola del Figlio Prodigo, conosciuta fin dall’infanzia, è considerata una sintesi e una miniatura del Vangelo, poiché attraverso di essa conosciamo l’amore inesauribile di Dio e il modo in cui Egli opera incessantemente per la salvezza dell’uomo.

Scopo della parabola del Figlio Prodigo

Con questa parabola il Signore vuole sradicare dal cuore dell’uomo la disperazione causata dal peccato, dal fallimento e dall’errore, mettendo in luce, con colori vivissimi, sia l’amore indescrivibile di Dio sia la fiducia che l’uomo deve nutrire nei confronti di Lui. Prodigo è colui che non riesce a salvarsi, a custodirsi integro e illeso. Prodigo è chi si caratterizza per la dissoluzione dei costumi e per la mancanza di misura nella propria vita.

Il figlio della parabola abbandonò con facilità suo padre, ma pretese comunque di ricevere la parte dell’eredità che gli spettava. Allo stesso modo, molti uomini di ogni epoca accolgono il dono dell’esistenza, i carismi e i benefici di Dio, ma rifiutano, per indifferenza, ignoranza, dimenticanza, negligenza o incredulità, Dio e Padre, il donatore di ogni bene. Ed è proprio in questa autonomia e separazione da Dio che si trova il peccato dell’uomo, il quale distrugge l’esistenza umana e la imprigiona nelle tenebre dell’egoismo, della solitudine e della delusione.

Perché l’uomo che crede, che confida in Dio e che ha come criterio supremo della propria coscienza la parola di Dio e i comandamenti divini, non disperde in modo stolto e irresponsabile la ricchezza dei doni divini, il patrimonio del Dio Padre. L’uomo di Dio ringrazia il Signore per il tempo e per l’eternità, per la salute e per la malattia, per la vita e per la morte, e vive in questo mondo ispirandosi all’etica evangelica, guardando al Regno di Dio che viene, il quale dà senso anche al mondo presente, lacerato dall’ingiustizia, dall’odio, dalle guerre e dalla continua ripetizione del peccato di Caino.

L’uomo di Dio, integro, saggio, umile, colmo dell’amore e dello Spirito di Dio, non solo non abusa del patrimonio dei doni divini, ma con disinteresse lo condivide con i suoi fratelli, perché ciò che viene trattenuto esclusivamente per se stessi lentamente muore, appassisce, soffoca e alla fine si perde.

Il pentimento come accoglienza dell’amore paterno

Il Figlio Prodigo riconobbe il suo tragico errore e decise di tornare dal Padre. «Ho peccato contro il cielo e contro di te», gli disse, «e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Il riconoscimento del peccato come causa di autodistruzione, il pentimento come speranza di risveglio e possibilità di rivedere la propria vita, e lo sforzo di un giusto orientamento guidato dalla parola di Dio, sono le condizioni fondamentali che contribuiscono alla salvezza dell’uomo.

Perché questo è il vero obiettivo: la guarigione, la comunione dell’uomo con Dio, la sua permanenza nella luce, nella redenzione che l’amore di Dio offre a chiunque si penta sinceramente. «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto», dice il profeta Isaia, «diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana» (Is 1,18).

I nostri peccati sono rossi come il sangue e hanno il colore della porpora, ma potrebbero diventare bianchi come la neve e puri come la lana più candida. Questa è precisamente la possibilità che il pentimento offre all’uomo: il perdono di ogni tipo di peccato, ingiustizia ed errore; la purificazione e la santificazione.

Dio attende sempre l’uomo pentito per offrirgli il Suo amore paterno, rivestirlo dell’abito dell’incorruttibilità, renderlo membro vivo del Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, affinché «insieme a tutti i santi» (Ef 3,18) conosca l’amore di Cristo, che supera ogni conoscenza umana, e la sua vita si colmi della ricca grazia di Dio. Per questo, finché dura la nostra vita, coltiviamo il dono del pentimento e ricorriamo al sacramento della Confessione, che trasfigura la nostra esistenza.

Archimandrita Nektarios Karsiotis 

Diaconia Apostolica, Atene 

Opuscolo Anno 74°, 8 febbraio 2026 N. 6 (3793)


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