Ingresso nel periodo del Triodion, Archimandrita Nektarios Karsiotis

Ingresso nel periodo del Triodion ( Grande Quaresima)

Con la grazia di Dio siamo entrati nelle sacre porte del Triodion. Si tratta di un periodo ecclesiastico ( 10 settimane , 3+7 ) durante il quale ci impegniamo a rafforzare la nostra fede, il nostro amore e la nostra speranza; ad essere nuovamente catechizzati alla pietà, a pregare e a meditare più intensamente la Parola di Dio, a perdonare di cuore i nostri fratelli; e così, adeguatamente preparati, a celebrare la Santa Pasqua.

La denominazione “Triodion” deriva dall’omonimo libro innografico, che da oggi fino al Sabato Santo viene utilizzato nelle celebrazioni liturgiche. È chiamato Triodion perché molti dei canoni in esso contenuti hanno, nel Mattutino, solo tre odi, a differenza di altri libri innografici, come la Paraclìtica i Menaion (12 volumi 1 per ogni mese), che hanno le consuete nove odi.

La tendenza dell’uomo all’autogiustificazione

Entriamo nel Triodion con la lettura della parabola del Pubblicano e del Fariseo. Il Signore, come riferisce l’evangelista Luca, raccontò questa parabola prendendo spunto dalla convinzione di alcune persone di essere giuste, gradite a Dio e virtuose, al punto da disprezzare e disdegnare gli altri, che consideravano peccatori. Cristo cerca di guarire questa loro malattia spirituale narrando la parabola, nella quale viene esaltata la fiducia del Pubblicano in Dio, la consapevolezza della propria peccaminosità e la sua profonda umiltà, in contrasto con l’atteggiamento arrogante del Fariseo, la sua vanagloria, l’ipocrisia e la sua autogiustificazione attraverso il giudizio e il disprezzo del Pubblicano.

L’illusione spirituale del Fariseo

Autogiustificandosi, e per di più nel momento della preghiera, il Fariseo era forse consapevole di mentire innanzitutto a se stesso e poi a Dio? È possibile che qualcuno affermi di essere senza peccato, di vivere la Parola di Dio in tutte le sue infinite dimensioni, di comportarsi in tutto secondo la volontà divina?

L’uomo che si è abituato a mentire persino a se stesso e a imporre silenzio e oblio alla propria coscienza giunge gradualmente al punto di non vedere alcuna verità né dentro di sé né negli altri. Così perde ogni stima per il prossimo e anche ogni autostima; non stimando nessuno, smette di amare, e allora sopraggiungono la perdita spirituale, la divisione interiore, l’autodistruzione, l’ingerenza nella vita degli altri e il loro continuo giudizio.

L’apostolo Paolo rimette le cose nella giusta prospettiva quando dice: «Chi mai ti rende diverso?» Cioè: chi ti ha reso superiore agli altri, tanto da giudicarli e disprezzarli? «Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se lo hai ricevuto da Dio, perché ti vanti come se non lo avessi ricevuto come dono?» (1 Cor 4,7). In questo modo, l’uomo di Dio, lontano da malsani complessi di inferiorità o di superbia, riconoscendo i benefici che Dio gli concede, acquisisce anche il corrispondente ethos di amore, gratitudine, pentimento, sobrietà, rifiuto della menzogna e del giudizio.

L’ethos proposto dalla Chiesa

Non è un’esagerazione affermare che la civiltà del nostro tempo accetti facilmente un ethos immorale, l’arroganza, la superbia, la tragica ipocrisia del Fariseo; mentre difficilmente fa propria l’autoconoscenza, l’umiltà, la confessione della propria peccaminosità e il sincero pentimento del Pubblicano, che illumina la vita dell’uomo e lo conduce alla vera comunione e relazione con Dio e con il prossimo.

Il Pubblicano, come ogni uomo, era rimasto intrappolato nei suoi molti peccati e nelle sue ingiustizie. Tuttavia non aveva perso la fiducia e la speranza in Dio. Per questo prega, si pente e, certamente, come Zaccheo, ristabilisce la giustizia e ormai evita il veleno del peccato, che non può offrire all’uomo né felicità, né gioia, né pace, né pienezza.

Con spirito dunque di umiltà, fiducia e amore verso Dio, proclamiamo anche noi il meraviglioso inno che caratterizza questa giornata:
«Fuggiamo l’arroganza del Fariseo e impariamo l’umiltà del Pubblicano, gridando con gemiti al Salvatore: “Sii misericordioso con noi, o solo Tu che facilmente riconcili.”»

Archimandrita Nektarios Karsiotis 
 Opuscolo Voce del Signore, Diaconia Apostolica, Atene,Anno 74°, 1 febbraio 2026 N. 5 (3792)


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