La fede e il ringraziamento a Dio, Archimandrita Nektarios Karsiotis
LA FEDE E IL RINGRAZIAMENTO A DIO
Il Signore è in cammino verso Gerusalemme; attraversa la Samaria e la Galilea e, in un villaggio, incontra dieci uomini lebbrosi. Questi gli chiedono di aver pietà di loro e di guarirli, gridando a gran voce: «Gesù, Maestro ovvero Signore abbi pietà di noi». Certamente questi uomini avevano sentito dire che Cristo è il Profeta di Dio, Colui che riscatterà Israele, Colui che possiede poteri soprannaturali. Il Signore, senza dire esplicitamente che li sta guarendo, li manda a presentarsi ai sacerdoti affinché siano loro a certificare, secondo le disposizioni della Legge Mosaica, l'effettiva guarigione. E i lebbrosi ubbidirono; e mentre erano in cammino, si accorsero di essere stati guariti.
La fede non è un bene scontato
È quasi impossibile comprendere lo stupore, la gioia, l'emozione e gli altri sentimenti che travolsero il loro mondo interiore dopo la guarigione. Naturalmente, prima di ogni altra cosa, sarebbe stato del tutto logico e prevedibile che cercassero di incontrare il Signore per ringraziarlo e per esprimere l'ineffabile gratitudine dei loro cuori. Eppure, dei dieci guariti, nove non tornarono a ringraziarlo, eccetto il decimo, che era un Samaritano, dunque uno straniero e di un'altra religione. Qui sorge la domanda: com'è possibile che l'uomo, pur essendo passato attraverso il crogiolo di una prova terribile, dimentichi il Benefattore, il Salvatore, il Signore della Gloria? Quanto è volubile la natura umana? Con quanta facilità dimentichiamo Colui che ci ha tratti dal nulla all'esistenza e ci ha donato l'essere?
Coloro che erano stati guariti avrebbero dovuto confessare con fermezza fede e devozione al Signore Gesù, seguendo la via del Suo insegnamento evangelico e della Sua vita. Pertanto, la fede in Gesù Cristo non è un bene scontato e permanente. Essa viene costantemente messa alla prova, richiede audacia e sacrifici, esercizio incessante e purificazione, un sottile lavoro interiore e illuminazione.
Il ringraziamento come espressione di fede e amore
Non è un luogo comune sottolineare che la maggior parte delle persone dimentica di ringraziare Dio per la vita, per le sofferenze e per le gioie, per il prossimo, per i beni spirituali e materiali, per la salute o la malattia e per tutti gli altri Suoi doni e benefici. Tuttavia, ogni fedele impara nella Chiesa a ringraziare e glorificare Dio «per ogni cosa» (pànton èneken). Naturalmente, Dio non ha bisogno di nulla; non necessita né del ringraziamento né della gratitudine dell'uomo. La Sua gloria si riflette nel Suo amore infinito e nel sacrificio del Suo Figlio Unigenito per la salvezza del mondo. In questo modo, il ringraziamento e la lode dell'uomo verso Dio assumono il significato di un'apertura dell'essere all'amore di Dio, di un'uscita dall'egoismo e dall'autosufficienza, del riconoscimento che la gratitudine appartiene alla natura umana stessa e che contribuisce in modo decisivo all'umanizzazione dell'uomo. Per questo l'apostolo Paolo esorta i fedeli: «In ogni cosa rendete grazie» (1 Tess. 5,18). Ringraziate e glorificate Dio in ogni circostanza della vita. Per questo anche il giusto Giobbe, nelle più grandi sofferenze e prove della sua vita, esclamava: «Sia benedetto il nome del Signore nei secoli» (Giobbe 1,21).
Divina Liturgia ed Eucaristia
Il fedele, attraverso la partecipazione alla Divina Liturgia, acquisisce l'ethos eucaristico della Chiesa. Ringrazia Dio per il sommo privilegio della comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, per l'acquisizione della consapevolezza che Gesù Cristo è la Pace, l'Amore, la Speranza, l'Unità, la Vita e la Risurrezione dell'uomo. Ringrazia Dio per il Suo Regno venturo, al quale partecipa già nel presente e che santifica, trasforma e guarisce con forza l'uomo che con fede, pentimento e amore glorifica, benedice e ringrazia Dio, Padre delle Luci, imitando il lebbroso guarito riconoscente.
Archimandrita Nectarios Karsiotis.
Opuscolo Voce del Signore, Diaconia Apostolica, Atene, Anno 74°, 18 gennaio 2026 ,N. 3 (3790)