Il velo nella Chiesa Ortodossa

Il velo nella Chiesa Ortodossa

«Ogni donna che prega o profetizza con il capo scoperto disonora il proprio capo», scrive l’Apostolo Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, ponendo non un’usanza locale, ma una disposizione apostolica che attraversa tutta la vita spirituale della Chiesa dal primo secolo fino a oggi. Questo comando non viene trasmesso come norma sociale o convenzione di un’epoca, ma come principio spirituale che regola con finezza la devozione dell’anima quando si accosta alla presenza di Dio. La Chiesa lo ha ricevuto non da una consuetudine umana, ma dalla bocca dell’Apostolo, e lo ha custodito con venerazione nei secoli.

I Padri della Chiesa sono sempre stati concordi: la copertura del capo per le donne è segno di modestia, umiltà e ordine interiore. San Giovanni Crisostomo insegna che la donna copre il capo perché su di lei è scritta la pudicizia, e san Basilio il Grande afferma che il buon ordine nella liturgia è parte dell’obbedienza dell’uomo a Dio. In questo modo il velo diventa una silenziosa confessione di fede, un elemento piccolo ma essenziale della vita interiore, che manifesta la disposizione dell’anima a stare davanti a Dio con rispetto e purezza.

Questa tradizione non nacque a Bisanzio né fu generata da condizioni culturali dell’Oriente. È puramente apostolica. Le prime donne cristiane, a Roma, in Siria, a Gerusalemme, in Egitto e in Grecia, entravano in chiesa con il capo coperto, pregavano con devozione nella stessa ordinata compostezza e onoravano la santa presenza di Dio in un modo che proteggeva la loro concentrazione e il loro raccoglimento. Per quasi diciannove secoli questa pratica è stata universale nell’Ortodossia. Non fu messa in discussione, non si attenuò, non fu considerata facoltativa. Era ovvia.

Con la graduale affermazione della secolarizzazione nel mondo occidentale e poi anche in Grecia, questa tradizione cominciò a sbiadire. A partire dagli anni Sessanta, la nostra società ricevette forti ondate di modernizzazione, di importazione di modelli estranei e di concezioni femministe che vedevano il velo come qualcosa di anacronistico. Le donne non smisero di amare Dio, ma il modo di pensare del mondo iniziò a infiltrarsi silenziosamente nella vita quotidiana. Allo stesso tempo, molti sacerdoti, temendo tensioni e reazioni sociali, mostrarono indulgenza e tacquero là dove un tempo avrebbero insegnato e guidato, non per disprezzo della tradizione, ma per non ferire persone già lontane dal modo di vivere ecclesiale.

La Chiesa, però, non è cambiata. Non vi è stato alcun Concilio che abbia abolito il velo. Non è stato promulgato alcun canone che lo sostituisse. L’ordine rimane lo stesso così come è stato trasmesso. L’assenza del velo non impedisce l’ingresso in chiesa, perché Dio non chiude la porta a nessuno; ma questo non significa che la tradizione abbia perso il suo valore. Significa semplicemente che la Chiesa si pone con filantropia verso coloro che non conoscono o non sono stati educati alla spiritualità ortodossa.

Il velo non è un ornamento esteriore né un simbolo di costrizione. È un atto silenzioso di umiltà, un piccolo gesto di obbedienza, un modo per dire con il cuore: «Signore, Ti rispetto e Ti appartengo». È una pratica che aiuta la donna a pregare con raccoglimento, a concentrarsi senza distrazioni e a ricordare che si trova davanti a Dio e non in un luogo di semplice socialità. Per questo i Padri spiegano che la copertura del capo non è una formalità, ma uno strumento spirituale che protegge dalle tentazioni e rafforza il discernimento dell’anima.

Nella pratica, essa si osserva entrando in chiesa e si mantiene per tutta la durata della Divina Liturgia e delle funzioni, nella preghiera in casa, nella Santa Comunione, nei sacramenti e in ogni benedizione. La donna che onora questa tradizione non manifesta rigidità, ma imita la devota umiltà delle madri e delle nonne, che vedevano il velo come un abito dell’anima e non come un peso sociale.

In un mondo che cambia rapidamente, dove la modestia è spesso considerata una debolezza e la tradizione viene criticata come qualcosa di superato, il ritorno a questo piccolo ma così essenziale gesto può diventare un’occasione per ricordare di nuovo le nostre radici. La devozione non è una limitazione: è un onore. E un gesto tanto semplice, come coprire il capo, può diventare un ponte tra l’oggi e la continuità ininterrotta della Chiesa. Alla fine tutto converge nella stessa domanda del cuore: come mi pongo davanti a Dio e che cosa significa per me la Sua presenza.

La copertura umile del capo come quieto inno di devozione e di ritorno al battito vivo della tradizione.

Dalla disposizione umile nascono i più belli ritorni del cuore.

 

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