La parola di Dio, condizione per la salvezza ,Archimandrita Epifanios Oikonomou
La parola di Dio, condizione per la salvezza
Il legame tra la salvezza della nostra anima e l’accoglienza della parola di Dio, insieme all’osservanza dei comandamenti divini, viene messo in evidenza dal Protocorifeo Paolo nell’odierna lettura apostolica. Egli insegna che chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Perché ciò avvenga, però, è necessario credere in Cristo come Salvatore e Redentore. E questa fede nasce dalla parola divina, che la Chiesa si assume il compito di insegnare attraverso i suoi maestri. Ma non basta.
È richiesta l’accoglienza della parola di Dio, che consiste nell’osservanza dei Suoi comandamenti. Si tratta cioè di un susseguirsi di condizioni specifiche che conducono alla salvezza.
Al centro, ogni Chiesa locale
Da questo insegnamento diventa chiara la missione fondamentale della Chiesa: offrire la parola divina a tutti gli uomini, senza eccezioni, in ogni tempo e con ogni mezzo.
Centro di questa offerta è ogni Chiesa locale, le parrocchie e i monasteri, per le loro fraternità e i pellegrini.
Diversamente cioè se la Chiesa non risponde a questo alto compito non compie la sua missione. Un Padre diceva: «Non c’è speranza di vita spirituale se non c’è parola di Dio. È preferibile cambiare monastero (o parrocchia) e cercare qualcuno che sia almeno una voce umile, purché parli di Dio, piuttosto che restare in un monastero anche se lì c’è santità» (Ieromonaco Emilios Simonopetrita).
In seguito è necessaria l’accoglienza della parola di Dio e la sua percezione come un bisogno essenziale, affinché la vita spirituale rimanga vigorosa e sempre verde. Un Metropolita insegnava: «La parola di Dio è tanto necessaria per la vita spirituale dell’uomo quanto il pane lo è per la sua sopravvivenza fisica. “Dal pane si nutre il corpo, dalla parola divina si sostiene l’anima”, insegna san Giovanni Crisostomo. Il pane “che discende dal cielo” è tanto necessario quanto “il pane quotidiano”, e in alcuni casi la parola divina è persino più necessaria del cibo materiale».
La pedagogia dei comandamenti divini
Il passo successivo e decisivo, che dà senso alla fede, è l’osservanza dei comandamenti divini. Con parole semplici ma profonde, San Paisio l’Athonita insegnava questa verità:
«Il neonato, prima di nascere, è custodito nel ventre della madre. È sotto una certa limitazione. Quando nasce, i genitori lo mettono nel suo lettino circondato da sbarre. È come se lo mettessero in una piccola prigione. Ma lo fanno per amore, per il suo bene.
Quando inizia a camminare, lo tengono per mano affinché non cada. E quando cresce, ci sono le leggi dello Stato che deve osservare.
È necessaria, cioè, una forma di vincolo, perché l’arbitrio e l’indisciplina portano alla rovina. Così anche i comandamenti di Dio proteggono gli uomini affinché non cadano.
Dio, per amore e per il nostro bene, ha dato i comandamenti per aiutarci a correggerci. Dio non ha bisogno che facciamo la Sua volontà; siamo noi ad aver bisogno di compiere la volontà di Dio ma dobbiamo sentirlo come un bisogno».
Alla luce di queste condizioni la fede acquista significato e diventa via di salvezza.
Altrimenti, secondo san Massimo il Confessore, «è cieca la fede di chi non applica i comandamenti di Dio e pensa tuttavia di credere. Poiché i precetti di Dio sono luce, è evidente che chi non si conforma ai comandi divini si trova nelle tenebre e, di conseguenza, porta inutilmente il nome di cristiano e mente ogni volta che vuole dirsi e sembrare cristiano».
Prestiamo attenzione alla parola dei Santi. Sono loro per primi che applicano i comandamenti di Dio nella loro vita, mostrando a tutti noi la via e il metodo per la nostra salvezza.
Archimandrita Epifanios Oikonomou
Opuscolo " Voce del Signore "Diaconia Apostolica Atene
Anno 73º – 16 novembre 2025 – N. 46 (3781)
L’APOSTOLO DELLA DOMENICA (Rom. 10, 11 – 11, 2)
L’accoglienza di Dio
Fratelli, la Scrittura dice: «Chiunque crede in Dio non sarà svergognato». Infatti, non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, perché lo stesso Signore è Signore di tutti e dona con generosità la sua grazia a tutti quelli che lo invocano.
«Poiché chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Ma come invocheranno colui nel quale non hanno creduto?
E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare?
E come potranno sentirne parlare senza che qualcuno lo annunci?
E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?
Come dice la Scrittura: «Quanto sono belli i piedi di coloro che annunciano la pace, di quelli che portano il lieto messaggio della salvezza».
Non tutti però hanno obbedito al Vangelo, come dice anche Isaia:«Signore, chi ha creduto a ciò che abbiamo udito?»
Dunque, la fede nasce dall’ascolto del messaggio, e l’ascolto viene dalla parola di Dio.
Mi domando però: non hanno forse ascoltato (i Giudei) il messaggio del Vangelo? Certo che l’hanno ascoltato, perché: «La loro voce si è diffusa su tutta la terra e le loro parole sono arrivate fino ai confini del mondo».
Ma mi chiedo: non avranno forse compreso?
Per primo Mosè dice da parte di Dio:
«Vi renderò gelosi di un popolo che non è un popolo; vi provocherò con una nazione insensata».
Isaia poi osa dire da parte di Dio:
«Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano e mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me».
Riguardo invece al popolo di Israele, Dio dice:
«Tutto il giorno ho steso le mie mani verso un popolo disobbediente e ribelle».
Mi chiedo dunque: Dio ha forse respinto il suo popolo?Assolutamente no! Perché anch’io sono Israelita, discendente di Abramo, della tribù di Beniamino. Dio non ha respinto il suo popolo che per primo ha scelto tra tutte le nazioni.