Come comprendere se Dio si compiace della tua preghiera Padre Efraim, Skita di Sant’Andrea ,Monte Athos
Foto: Monastero Paleocastritsa, Corfu
Come comprendere se Dio si compiace della tua preghiera
Gerontas Efraim, della Skete di Sant’Andrea Monte Athos
Come può l’uomo capire se avanza spiritualmente e se il Signore si compiace della sua preghiera?
La stessa preghiera è il metro, la misura della nostra anima, la regola d’oro del progresso spirituale personale.
Quando mi trovo nella mia cella, nella mia stanza, posso discernere dal tempo che dedico alla preghiera, dalla sua qualità e dai suoi frutti, quale sia la mia condizione interiore.
Se vengono le lacrime lacrime di pentimento, di gratitudine o anche solo di tenerezza allora l’anima procede sulla giusta via.
Sapete quanti si dedicano per ore alla preghiera senza una sola lacrima? È un dono preziosissimo; e se lo rendessimo pubblico, rischieremmo di perderlo.
Se non abbiamo lacrime, allora almeno abbiamo il sudore: il sudore dell’ascesi, della prostrazione, del digiuno, della veglia, della fatica del corpo.
La preghiera rivela lo stato spirituale dell’uomo: quanto meno è distratto, quanto più semplici e puri sono i suoi pensieri, tanto più progredisce.
La grazia dello Spirito Santo, man mano che si infittisce in noi, purifica l’anima.
Come le nubi che si addensano finché scende la pioggia, così la grazia, quando trabocca nel cuore, purifica interiormente l’uomo e rende la sua preghiera più viva, più luminosa.
Un uomo spirituale non può pregare solo due minuti al giorno.
Un giorno, un uomo mi disse:
— Padre, mi vergogno, ma non prego affatto. Solo due minuti al giorno.
— Perché?
— Non ho tempo.
Allora gli dissi:
— Facciamo insieme il tuo programma quotidiano. Raccontami come impieghi le ore.
Me lo raccontò tutto. Le sue occupazioni erano buone, ma gli dissi:
— Il Cristo vuole che tu rovesci l’ordine delle cose. Prima di tutto la preghiera. Almeno due ore al giorno.
— Ma dove troverò il tempo?
— “Taglierai” qualcos’altro. Ecco un buon taglio: non solo nelle spese materiali, ma anche nelle dissipazioni spirituali.
L’uomo spirituale, quanto più si avvicina a Cristo, tanto più aumenta la sua preghiera sia quella mentale, sia quella del cuore pregando non solo per se stesso ma anche per gli altri.
Un santo padre diceva di ricordare per nome ventimila anime.
Quando pronunciava: «Signore Gesù Cristo, abbi pietà del tuo servo Costantino», ne vedeva il volto davanti a sé.
Quella memoria amorosa è profonda, incancellabile nella grazia.
Così la preghiera diventa comunione viva: vedi e vivi coloro per i quali preghi, siano essi vivi o defunti.
La preghiera stessa è il più grande maestro, il decano di tutte le scuole spirituali.
I libri aiutano, ma se non pieghi le ginocchia per pregare, non imparerai mai l’essenza.
I santi Padri ci dicevano:
Fai ogni giorno trentatré komboskínia( rosari) da trecento nodi, a voce bassa.
Ti stancherai, ti farà male la gola, la lingua, avrai sete ma insisti.
Non tutti in una volta, ma a intervalli, finché la mente e l’udito si sazino della dolce melodia della preghiera:
«Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me».
Così, a poco a poco, l’uomo entra nella preghiera del cuore, e poi nella preghiera per gli altri.
E allora comincia a pregare sempre più per gli altri e sempre meno per sé, finché alla fine prega soltanto per gli altri.
San Giovanni il Teologo, ormai anziano, quando non poteva più insegnare, diceva soltanto:
«Figlioli miei, amatevi gli uni gli altri».
Lo ripeteva di continuo, perché traboccava d’amore.
Così è anche Dio: non si occupa di Sé, ma di tutti.
Questo è il criterio della perfetta carità.
Cominciamo dunque da noi stessi, per ordinare la nostra anima, ma il fine ultimo è l’amore e la preghiera per gli altri.
Foto : Baia di Dassia Corfu
