LA LITURGIA ORTODOSSA, Archimandrita Epifanios Oikonomou
Chiesa San Nicolò,Pireo, Attica
LA LITURGIA ORTODOSSA
Ai cristiani provenienti dall’ebraismo si riferisce la lettura apostolica odierna. Lo scopo dell’Apostolo è chiarire le differenze tra il culto di Dio nell’Antico Testamento e il culto del Logos Incarnato nella Sua Chiesa. Per questo motivo procede a una descrizione dettagliata del Tabernacolo fatto a mano, che rappresentava sempre il punto più sacro della religione ebraica. Si riferisce alle disposizioni liturgiche e all’altare terreno, la prima parte del Tabernacolo, chiamata «Santo». Successivamente descrive il «Santo dei Santi» e si riferisce al servizio liturgico dei sacerdoti, che era limitato al «Santo», così come quello del Sommo Sacerdote dell’anno, il quale una volta all’anno entrava nel «Santo dei Santi» per offrire un sacrificio sanguinario per sé e per i peccati del popolo.
Il Cristo offerto e sacrificato
Poi l’Apostolo si riferisce al tabernacolo non fatto da mani umane del culto di Dio, dove il Sommo Sacerdote Cristo entra una volta per sempre, offrendo un sacrificio continuo, non il sangue di capre e tori, ma il Suo proprio Sangue, che assicura all’umanità la redenzione eterna. Questa immagine di Cristo che continuamente si offre e si sacrifica per l’amore dell’uomo è la base della liturgia cristiana ortodossa, il fulcro della vita liturgica della nostra Chiesa, dove occupano un posto predominante la Divina Liturgia e il mistero della Santa Eucaristia.
Cristo, parlando con la Samaritana nel noto episodio evangelico, definisce Dio «Spirito», che si adora e si venera ovunque e sempre. Ogni cristiano può quindi manifestare i sentimenti del proprio culto verso Dio ovunque e in ogni momento, mediante la preghiera. Allo stesso tempo, però, tutti i cristiani costituiamo il Corpo della Chiesa e partecipiamo alla vita liturgica comunitaria, che si svolge quotidianamente nello spazio del santuario, dove insieme offriamo a Dio la nostra adorazione, che, sebbene si compia con elementi materiali, trascende i limiti terreni e conduce i fedeli a vivere i beni del Regno dei Cieli.
Perché questo è esattamente il culto ortodosso: l’iconografia e la prefigurazione del Regno dei Cieli. Così si spiega lo splendore dei templi e dei paramenti dei sacerdoti. Ciò che in altri casi potrebbe sembrare lusso superfluo, provocatorio o un residuo del glorioso bizantinismo, non rivela altro che l’immagine escatologica della gloria e del Regno di Dio.
I templi emanano lo splendore dei cieli
Dobbiamo quindi percepire l’immagine splendida e fulgente del culto divino, dove le nostre chiese diventano palazzi celesti e i sacerdoti, nel loro quotidiano, angeli di luce che glorificano le grandezze del Dio celeste. Tuttavia, poiché spesso voci insipide della vita spirituale e dell’esperienza ecclesiale cercano di scandalizzare e scuotere la nostra fede, criticando il presunto lusso della liturgia, teniamo presente la posizione di un Santo contemporaneo:
«Vi è incomprensibile perché la Chiesa Ortodossa permetta tanta luminosità interna: icone preziose, candelieri d’argento, calici dorati, paramenti costosi e altre cose di valore. Perché tutta questa splendida luce vuole ricordare agli uomini lo splendore eterno dei cieli. Per attrarli, anche solo per un istante, dalla loro miseria terrena e avvertirli di quell’altro mondo, della loro patria celeste, del regno della felicità eterna e della gioia eterna. Presentare loro – per quanto possibile sulla terra – in modo materiale e simbolico, quel lusso e quella ricchezza che sono pieni nel mondo spirituale e con i quali l’anima del cristiano, racchiusa nel corpo come è racchiusa tra le mura di pietra della chiesa, deve essere colmata di tutta quella luce».
Partecipiamo dunque alla vita liturgica della nostra Chiesa con questa consapevolezza, con coerenza e intensa disposizione interiore, gustando da questa vita i beni del Regno dei Cieli. Amen!
Archim. E. Oik.
Opuscolo Voce del Signore,Diaconia Apostolica, Atene
Anno 73° – 31 agosto 2025 – N. Fasc. 35 (3770)
L’APOSTOLO DELLA DOMENICA (Ebrei 9, 1-7)
Il vecchio santuario, tipo del nuovo
Fratelli, la prima tenda aveva disposizioni liturgiche, così come la prima parte, che è chiamata «Santo cosmico» e simboleggiava l’intero mondo. Fu dunque costruita la prima tenda, nella quale si trovavano il candelabro a sette bracci, la tavola e i dodici pani della presentazione.
Dopo il secondo velo, vi era la parte della tenda chiamata Santo dei Santi, che conteneva l’altare d’oro per l’incenso e l’arca dell’alleanza, tutta ricoperta d’oro da ogni lato; dentro di essa vi erano la giara d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza; sopra di essa stavano i cherubini della gloria, che adombravano il propiziatorio. Ma di queste cose non è ora il momento di parlare nei particolari.
Così predisposte queste cose, nella prima tenda (il Santo) entravano sempre i sacerdoti che compivano le liturgie; nella seconda tenda invece (il Santo dei Santi) entra soltanto il sommo sacerdote, una volta all’anno, sempre con del sangue che offre per sé stesso e per i peccati di ignoranza del popolo.