San Antimo di Chio: “L’umiltà attirerà a sé tutte le virtù

San Antimo di Chio: “L’umiltà attirerà a sé tutte le virtù”

Chi di noi potrebbe mai porre la mano sopra la fiamma di una candela accesa e lasciarvela per cinque minuti? Nessuno.
E perché allora altri entravano nella fornace ardente e camminavano in mezzo alle fiamme come in un giardino fiorito?
Come potevano i santi martiri entrare in padelle roventi, essere posti sugli spiedi, sui ferri arroventati, e sopportare tormenti così atroci, che noi nemmeno osiamo ascoltare?

Noi, appena soffriamo un poco, appena digiuniamo un giorno o due, temiamo di ammalarci, di indebolirci, e ci spaventiamo.
Come potevano dunque i santi Padri sostenere quei terribili combattimenti, vivendo privi di tutto, afflitti, travagliati, rifugiati nei monti e nelle caverne?
Perché potevano sopportare tutto questo?
Perché erano corazzati dell’amore incrollabile verso Dio; erano infuocati dal divino Eros, e perciò, finché Dio lo permetteva, sentivano i dolori e i supplizi; poi Egli concedeva loro la Sua grazia, e non sentivano più nulla.

Ma forse Dio è cambiato oggi?
Perché non ci dona anche a noi la Sua grazia, affinché possiamo sopportare come loro?
No, Dio non è mutato; siamo noi che siamo mutati.
Al posto della loro fede salda e del loro ardente amore per Dio, della loro rinuncia a sé stessi e delle loro virtù, noi abbiamo l’amor proprio, la sensualità, l’ira, la superbia, la vanagloria.
Siamo turbolenti, scandalosi, freddi verso la virtù, e la nostra mente è sempre rivolta al male.
Come potremmo, dunque, mettere la mano nel fuoco e sopportarne la fiamma?
Non riusciamo nemmeno a tenerla sotto il sole!

Ma forse, poiché siamo così, Dio ci ha dimenticati? Forse non vuole più aiutarci?
No  Egli vuole e desidera aiutarci, ma siamo noi che ci allontaniamo da Lui. Egli è presente, pronto a soccorrerci; ma vuole che glielo chiediamo. Noi invece disprezziamo la Sua grazia, e perciò Egli ci guarda da lontano e non interviene.

Non c’è dunque alcun modo di non perire anche noi? Nessun mezzo per attirare la misericordia di Dio e sfuggire ai castighi e ai tormenti dell’eterna perdizione?
Vi rispondo con la mia povera bocca e la mia poca sapienza: alzate le mani al cielo, prostratevi a terra con umiltà, piangete, lamentatevi, supplicate Dio, riconoscete la vostra miseria e spezzate il vostro cuore.

Se non possediamo l’armatura spirituale per compiere grandi opere di virtù, almeno rivestiamoci di umiltà; così le grandi fatiche e lotte dei santi si bilanceranno con i nostri piccoli sforzi.
Uno versò copioso il suo sangue; un altro fu gettato in mare; altri soffrirono per anni nelle solitudini dell’ascesi; altri logorarono la loro carne fino all’osso.
Noi, tutto questo, lo possiamo compensare con l’umiltà.

Quando qualcuno ti dice una parola che ti ferisce e ti trafigge le viscere  taci, non rispondere, prostrati e vincerai.
Un altro ti insulta, ti dice parole che bruciano l’anima e spengono la tua buona disposizione  rimani in silenzio, prostrati, e la freccia passerà sopra di te.
Piega il collo, abbassa il capo, e Dio, per la tua umiltà, ti darà la ricompensa che diede a colui che lottò fino al martirio.

Noi, povere creature, ci ammaliamo appena soffriamo un poco.
E come poterono quegli uomini vivere nudi sui monti, fra la neve, la pioggia e il sole cocente, senza casa, senza fuoco, senza conforto alcuno?
Avevano un corpo debole come il nostro, eppure compirono opere che ammirarono perfino gli angeli incorporei.
Noi non possiamo avvicinarci a tanto, ma possiamo gettarci nell’abisso dell’umiltà, morire a noi stessi e seppellire nel sepolcro il nostro io, affinché, qualunque cosa ci accada, la sopportiamo in pace.

Dobbiamo però, compiere ciò che si addice al nostro stato: chi mai osa chiedere salario senza aver lavorato? Chi non ha faticato, viene forse mai pagato? Mai!

Così anche noi, se mancano le opere spirituali, se mancano l’umiltà e la pazienza, non potremo compiere atti di virtù, né riceveremo alcuna ricompensa.

Non mostriamoci dunque ingrati verso un Benefattore così grande. Portiamo anche noi la nostra croce, come Egli la portò, con prontezza e gioia. La croce è la sofferenza, la tristezza, l’amarezza, il dolore che ogni uomo porta.
Il mondo oggi soffre terribilmente: povertà, afflizione, tormenti  le disgrazie che flagellano l’umanità sono innumerevoli.
Pensate solo al dolore di una madre che vede partire i suoi figli: chi in montagna, chi in guerra, chi lontano... Li perde dal suo abbraccio e non sa se li rivedrà.
Ogni giorno si uccidono a centinaia, a migliaia; il sangue scorre senza pietà. Perché?
Perché l’ira di Dio si è abbattuta sul mondo  e la causa sono i nostri peccati.

Il cuore della madre si lacera di dolore, le sue viscere si trafiggono, e nulla può fare. L’umanità ha sempre sofferto; ma una condizione come quella presente non si era mai vista.

Voi però,sorelle , grazie a Dio, siete libere da tutte queste preoccupazioni: nessuna ansia, nessun affanno terreno. Avete una sola cura: la vostra anima.
E se non vi occupate di essa, Dio vi chiederà conto nell’ora del giudizio.

Tratto dal libro: «Insegnamenti da Sante Figure», Ed. Alveare ortodosso 



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