La vanità della ricchezza, Archimandrita Nektarios Karsiotis
LA VANITÀ DELLA RICCHEZZA
Il brano evangelico che viene letto oggi durante la Divina Liturgia è un racconto prevalentemente parabolico e allegorico, ricco di immagini e contrapposizioni. Attraverso questo metodo didattico, ampiamente diffuso in Palestina all’epoca di Cristo, il Signore aiuta i suoi ascoltatori a comprendere il suo insegnamento, suscitando il loro interesse per poi rivelare il significato più profondo delle parabole.
Oggi ci soffermeremo su alcuni aspetti significativi di questo brano, che ci aiuteranno ad approfondirne il messaggio.
Il ricco notabile e il povero Lazzaro
I protagonisti del racconto sono, da una parte, un ricco notabile, che vestiva «di porpora e di bisso», ossia di abiti estremamente preziosi, e ogni giorno si concedeva sontuosi banchetti; dall’altra, il povero Lazzaro, malato e paziente, abbandonato presso la porta della casa del ricco, coperto di piaghe e desideroso di sfamarsi con le briciole che cadevano dalla sua tavola.
Un giorno, però, entrambi morirono. Il povero fu condotto accanto a Dio, nel Regno dei Cieli, mentre il ricco si ritrovò «nel luogo del tormento», tra le sofferenze del fuoco eterno.
A questo punto, sul piano della realtà ultraterrena, le condizioni della loro esistenza si capovolgono radicalmente. Lazzaro gode della beatitudine e della gioia secondo Dio, mentre il ricco soffre ed è tormentato.
Il significato della parabola
A prima vista, si potrebbe pensare che questa parabola abbia come unico scopo quello di denunciare le disuguaglianze sociali, condannare le ingiustizie e la ricchezza, esaltare la povertà e promuovere una distribuzione equa e giusta dei beni tra gli uomini.
Naturalmente, il contesto storico e sociale in cui si svolge la vita umana non è indifferente a Cristo, che insegna e opera come Salvatore degli uomini proprio all’interno delle concrete circostanze della loro quotidianità.
Tuttavia, questo non rappresenta il suo obiettivo principale. Cristo, infatti, non è un semplice riformatore sociale o un maestro di dottrine, ma il Figlio del Dio vivente, venuto nel mondo non soltanto per migliorare le condizioni di vita degli uomini, bensì per diventare Egli stesso la nostra vita.
Di conseguenza, nella parabola non vengono condannati né i beni materiali né il ricco per il semplice fatto di essere benestante. Allo stesso modo, Lazzaro non viene lodato né considerato giusto agli occhi di Dio soltanto per la sua malattia e la sua povertà.
Se così fosse, il racconto condurrebbe a conclusioni paradossali sul piano sociale e teologicamente fuorvianti, come se la ricchezza o la povertà costituissero il criterio supremo per giudicare la condizione spirituale dell'uomo.
Il corretto uso della ricchezza
Esistono persone ricche, dotate di potere e prestigio sociale, che si distinguono per autentica modestia e umiltà, diventando, attraverso le loro opere e la loro condotta morale, esempi di amore cristiano.
Senza ostentare le proprie opere di bene, aiutano e sostengono in molti modi le persone in difficoltà, contribuendo anche alle attività caritative della Chiesa.
Esistono, d’altra parte, persone povere che mostrano mancanza di rispetto verso Dio, avanzano pretese irragionevoli e assumono comportamenti sconvenienti nei confronti degli altri.
È dunque il corretto impiego della ricchezza e il modo saggio di affrontare la povertà a rivelare la vera fede dell'uomo agli occhi di Dio.
Il Salmista, nel Salmo 33, ci ricorda una verità che il pensiero umano ha riconosciuto fin dall'antichità: coloro che riponevano la propria fiducia nelle ricchezze sono finiti nella miseria. Al contrario, quanti hanno fondato le proprie speranze nel Signore e lo hanno cercato con sincero desiderio non saranno privati di alcun bene.
Possa essere sempre così anche nella nostra vita: nella felicità e nell'infelicità, nella sofferenza e nella gioia, cerchiamo incessantemente il Signore, affinché la nostra esistenza si riempia della luce del Suo Volto.
Archimandrita Nektarios Karsiotis
Opuscolo " Voce del Signore "
Diaconia Apostolica Atene
Anno 74° – 1 novembre 2026 – N. 44 (3831)
